Bellezza negli archivi, report della giornata

bna_img_7210b_pubb_lr

Fin dalle prime edizioni della Settimana della cultura d’impresa, promossa da Confindustria e Museimpresa per leggere la storia italiana attraverso il patrimonio culturale delle imprese, l’Università Iuav di Venezia si è impegnata per contribuire a questo racconto attraverso le lenti della cultura del progetto e della storia del design. In particolare, come ha ricordato Raimonda Riccini in apertura di giornata, fin dal 2004 professori e ricercatori che hanno dato vita al gruppo Design e Museologia (ex Museologia del design) hanno curato conferenze e iniziative volte a riflettere sul duplice versante della valorizzazione della storia e dei documenti delle aziende di particolare rilevanza per la cultura del design e del ruolo che i designer e il design possono avere nel sostenere e facilitare processi di valorizzazione e accesso alle molteplici storie che tali patrimoni racchiudono.

Per la XV edizione della Settimana della cultura d’impresa, Iuav ha collaborato con Isec (Istituto per la storia dell’età contemporanea) e con il Polo Museale del Veneto e il Museo nazionale Collezione Salce per puntare l’attenzione sulla questione del digitale, sulle sfide e opportunità e sfide che le nuove tecnologie presentano per la narrazione e interpretazione della storia d’impresa e del design.
L’iniziativa è nata da alcuni interrogativi specifici che si stanno ponendo i ricercatori del gruppo Design e Museologia che stanno lavorando nel quadro della convenzione avviata fra Iuav e Polo Museale del Veneto per studiare modelli e strategie per la valorizzazione in ambiente digitale della collezione di manifesti Salce.
La giornata, organizzata da Design e Museologia con il Dottorato in Architettura, Città e Design – Curriculum in Scienze del Design, ha trovato sostegno in Unindustria Treviso, istituzione che sta seguendo da vicino la nascita del Museo Salce, facendo da raccordo con le imprese del territorio, anche in funzione del sostegno tramite lo strumento dell’Art Bonus.
“La Bellezza negli archivi” è quindi un insieme di valori e livelli possibili di significazione che, come suggerisce anche l’immagine della giornata – ideata da Gianluca Sandrone, dottorando Iuav, utilizzando manifesti della collezione Salce – vanno esplorati e fatti emergere.

La mattinata è stata dunque incentrata sul Museo nazionale Collezione Salce, la cui apertura è prevista per aprile 2017. Daniele Ferrara – Direttore Polo Museale del Veneto, MiBACT – e Marta Mazza – Direttore del Museo – hanno sottolineato come la natura stessa della collezione Salce – una raccolta eterogenea di manifesti dal 1844 al 1962 – solleciti e richieda un lavoro di collaborazione e relazione con il territorio, con le imprese e con la ricerca universitaria, nonché una concezione democratica delle storie che tale patrimonio racchiude. Un punto ribadito anche da prospettive diverse da Giuseppe Bincoletto – Vicepresidente Unindustria Treviso – e Mariacristina Gribaudi – Presidente Fondazione Musei Civici di Venezia, Vicepresidente Unione Imprese Storiche Italiane. Il connubio “patrimonio storico, tecnologia e comunicazione” è secondo Bincoletto una necessità per le imprese e le istituzioni che “hanno capito che non basta saper fare, ma bisogna anche saper narrare ciò che si sa fare”. Da questo punto di vista, secondo Unindustria il Museo Salce – nel suo attuale impegno conservativo e di diffusione – può costituire un riferimento e uno stimolo per altri soggetti, un invito a valorizzare la propria storia ricollegandola con un presente che chiaramente avanza sfide inedite ma che non può prescindere dal radicamento nel passato. Come ha ricordato Mariacristina Gribaudi, per le aziende – in particolare le piccole e medie imprese italiane – è fondamentale saper operare consapevolmente a “diverse velocità”: quella della innovazione e della qualità richiesta da mercati globali contemporanei, e quella della storia e della cultura del territorio in cui le aziende sono nate e continuano a operare. In questa ottica, le attività di conservazione, studio, interpretazione e comunicazione degli archivi e delle collezioni si possono saldare a più livelli con la vita attuale di imprese e istituzioni, e con la dimensione pubblica della loro identità e immagine.
Per questi racconti la collezione Salce fornisce importanti tasselli, hanno precisato sia Daniele Ferrara sia Marta Mazza, ricordando varie iniziative espositive e curatoriali per le quali sono stati recentemente richiesti i manifesti raccolti dal ragioniere trevigiano – da grandi mostre monografiche dedicate ad artisti come Seneca e Boldini o a movimenti artistici come il Liberty, fino a piccole mostre dedicate a produzioni locali. Gran parte dei manifesti salvati da Nando Salce e oggi conservati nel Museo che porta il suo nome, sono stati infatti prodotti da aziende grandi e piccole che hanno costruito la storia economica, culturale e sociale del nostro paese: artefatti che si dispongono certamente a molteplici narrazioni purché, ha ribadito Mazza, si sappiano individuare e articolare le opportune “chiavi” per interrogarli e metterli in relazione. La collezione è infatti cresciuta senza criteri sistematici o di rappresentatività, sull’onda dell’“indole onnivora” di Salce. Una specificità questa, che, come ha poi osservato Riccini costringe ad accantonare dicotomie desuete – cultura Alta o bassa – e a intraprendere indagini capaci di rendere conto in profondità delle caratteristiche e delle vicende proprie della cultura della modernità.
Marta Mazza ha quindi illustrato il lungo e non sempre facile lavoro dietro le scene del Museo Salce, dai cantieri in corso per le due sedi trevigiane – una espositiva e una dedicata al deposito –, alla catalogazione e digitalizzazione della raccolta – utili a fini conservativi oltre che di accessibilità –, fino alla presentazione online delle schede di catalogo nel sito web del Museo da poco attivato. Un ricordo personale è stato rivolto ad Alberto Prandi, architetto, studioso di storia della fotografia e della grafica, scomparso da poco, che in passato e ancora recentemente aveva attivamente contribuito a vari progetti di valorizzazione della collezione.
Infine è stato presentato un estratto del breve video-documentario che il gruppo di ricerca Design e Museologia sta realizzando con il Museo Salce per raccontare la “vita” dei manifesti della collezione “dietro le scene”: le riprese realizzate da Mario Ciaramitaro, dottorando Iuav, hanno mostrato con immediatezza il senso del lavoro di conservazione e tutela che sono essenziali e che precedono ogni apparizione pubblica dei documenti.

Durante il pomeriggio sono stati presentati casi studio di aziende e archivi aziendali che si sono già confrontati o si stanno confrontando con le possibilità dellʼutilizzo del digitale per la costruzione e narrazione dell’immagine storica e attuale dell’impresa.

I primi due casi – Fondazione Pirelli e archivio Benetton, entrambi avviati nel 2009 – hanno messo subito al centro la questione dell’archivio come “laboratorio” a cavallo fra passato e presente della vita d’azienda e del documento digitale come strumento per molteplici mediazioni e ri-mediazioni verso il pubblico.
Chiara Guizzi ha raccontato il lavoro svolto dalla Fondazione Pirelli sin dalla sua costituzione per la salvaguardia e valorizzazione dei diversi materiali presenti nell’archivio aziendale: documenti, fotografie, disegni, bozzetti, filmati, dal 1872 a oggi. Se, come sottolineato già da Marta Mazza nel suo intervento, la digitalizzazione può avere una funzione a fini conservativi, Guizzi ha anche mostrato una serie di progetti realizzati in cui i documenti digitali sono stati usati come dispositivi per moltiplicare le opportunità di fruizione e accesso per diversi pubblici, da quello generico a quello business e del brand Pirelli. Oltre al sito web dove sono presenti i documenti digitalizzati e catalogati, sono stati illustrati alcuni video-animazioni 3D – che ricostruiscono in maniera originale alcuni episodi significativi della celebre storia della comunicazione Pirelli – e allestimenti tematici dove le ri-produzioni di documenti digitalizzati sono state messe in dialogo con artefatti originali.
Greta Gamba – Benetton Group – e Francesca Ghersetti – Fondazione Benetton Studi Ricerche – hanno ripercorso le tappe dell’operazione di recupero dell’archivio aziendale Benetton inteso sia come “custode della memoria” sia come “officina di idee” e progetti che necessariamente fanno i conti con le potenzialità e criticità della realtà archivistica, caratterizzata da un lato dalla rilevante quantità e dall’articolata eterogeneità dei materiali preservati (che includono ca. 12.000 capi storici di maglieria e 95.000 materiali iconografici) e dall’altro dalla sua ambivalenza strutturale, all’intersezione fra conservazione del passato e strumentalità per le attività correnti del gruppo. In questa cornice dunque, similmente al caso Pirelli, lo spazio fisico dell’archivio Benetton come pure le varie iniziative di digitalizzazione, intraprese con il supporto scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche, rispondono a una funzione di narrazione e comunicazione legata sia alla programmazione strettamente archivistica sia alle sollecitazioni che provengono dalle attività aziendali correnti: è il caso per esempio dei video, acquisiti e digitalizzati su richiesta e con il contributo di Fabrica, e delle “bacheche” realizzate per guidare i visitatori alla scoperta di alcuni prodotti storici attraverso spazi espositivi dell’archivio e che oggi, digitalizzate, servono anche come mood boards utilizzate nel sito per raccontare il brand. Prossima sfida, nelle parole di Ghersetti, dialogare più consapevolmente con il mondo dei beni culturali.

I due casi presentati di seguito, dall’Archivio storico Cinzano (Campari Group) e da Rinascente Archives, presentando due progetti archivistici e curatoriali a diversi stadi di elaborazione – già pubblicato il secondo, ancora in fieri il primo – hanno spostato l’attenzione sulla rilevanza dei documenti digitali e sull’utilizzo della rete come strumenti per la ri-costruzione virtuale di memorie andate perdute o disperse.
Come spesso accade, l’avvio dei lavori di inventariazione e digitalizzazione dell’Archivio storico Cinzano è avvenuto, dal 2014, in vista di un’importante scadenza, la celebrazione dei 260 anni di storia dell’azienda (nel 2017). Ripercorrere e proporre al pubblico questa lunga vicenda, come ha raccontato Primo Ferrari della Fondazione Isec – che si occupa della valorizzazione di archivi di imprese – richiede una preliminare inventariazione dei documenti, sia quelli strettamente legati alla vita sociale dell’azienda e alla famiglia Cinzano sia quelli della comunicazione e immagine d’impresa. Un totale di 16.000 oggetti che sono stati digitalizzati e che coprono diversi aspetti dai prodotti e strutture aziendali a vari materiali di comunicazione come le etichette (oltre 5000, una storia visiva dall’Ottocento agli anni novanta del secolo scorso), i cataloghi dei prodotti, le fotografie, i marchi, e materiali pubblicitari vari. Su questi ultimi si è concentrato poi Carlo Vinti (SAAD, Università di Camerino) che fa parte del comitato scientifico costituito per lo studio e la valorizzazione dell’Archivio Cinzano. In particolare, illustrando alcune figure ed episodi chiave della ricca storia grafica della comunicazione Cinzano, Vinti ha da un lato formulato alcune ipotesi sui possibili percorsi narrativi di questa vicenda – “I cartellonisti e l’arte della pubblicità”, “La figura di Nico Edel” e “Il marchio e l’immagine Cinzano nel mondo” – dall’altro ha discusso una questione metodologica e operativa che oggi può riguardare diversi progetti di valorizzazione della memoria aziendale: ovvero le possibilità che la rete e i cataloghi online di collezioni pubbliche e private possono offrire per ricomporre virtualmente i pezzi mancanti della storia.
Proprio questa è la sfida che ha impegnato in anni recenti i curatori di Rinascente Archives, come hanno raccontato Maria Canella e Elena Puccinelli dell’Università degli Studi di Milano, che hanno coordinato il progetto di archivio digitale dall’associazione culturale Memoria & Progetto in occasione di una duplice celebrazione della storia Rinascente – i 150 anni della fondazione dei Magazzini Bocconi (1865) e i 100 anni del nome ideato da D’Annunzio (1917). L’iniziativa nasce da una “contraddizione fortissima”: da un lato, la consapevolezza di una storia straordinaria per la storia della grande distribuzione nonché del design e della moda italiani, dall’altro la quasi totale assenza di documenti, essendo andato quasi completamente perduto l’archivio a causa di varie vicende storiche, come l’incendio del 1918, i bombardamenti del 1943, i cambi di proprietà. La presenza, tuttavia, di molti materiali rilevanti presso altri altri archivi e biblioteche pubblici e privati ha permesso in questo caso di usare il digitale metodologicamente e tecnologicamente per creare “l’archivio che non c’è”. Un’operazione che, come hanno sottolineato Canella e Puccinelli, è stata fatta da un lato cercando di valorizzare, e non nascondere, i soggetti fornitori dei materiali, dall’altro inserendo i documenti in percorsi tematici (moda, design, comunicazione, ) predisposti con la consulenza scientifica di studiosi e ricercatori di diversi atenei (Università degli studi di Milano, Bocconi e Iuav). Spazio è stato inoltre dato alla partecipazione dello stesso pubblico, invitando gli utenti del portale a condividere eventuali documenti in loro possesso, utili a completare relativi al periodo che va dal 1865 a oggi.

A chiudere la sessione dei casi studio sono stati Michela Antiga e Sandro Berra che hanno raccontato il lavoro di conservazione e valorizzazione della Tipoteca Italiana Fondazione a Cornuda (Treviso), importante polo museale dedicato alla storia della stampa e del design tipografico. Nata nel 1995 dall’appassionato lavoro di raccolta e recupero, restauro e catalogazione di macchinari, caratteri tipografici, documenti e pubblicazioni avviato dai fratelli Antiga (Grafiche Antiga), TIF non è propriamente un museo aziendale bensì un archivio/museo della storia della tipografia e della stampa italiane, che attira designer, studenti e studiosi di tutto il mondo. Con un patrimonio di cultura materiale rilevante, la Tipoteca affronta oggi anche le sfide del digitale. Prima di illustrare le iniziative in questa direzione, Sandro Berra ha però voluto riportare l’attenzione sull’importanza, oggi, di lavorare sulla sensibilizzazione, specialmente dei giovani, rispetto alla cultura materiale. Nell’ambito della stampa e del design tipografico – settori che sono stati prima e più di altri toccati e travolti dall’avvento del digitale – la preoccupazione prima, ha proseguito Berra, non è tanto la digitalizzazione: la tipografia digitale è comunque sotto gli occhi e nelle mani di tutti, ogni giorno, sui nostri schermi e nei vari dispositivi tecnologici. Ciò che serve, semmai, è una nuova educazione culturale che passa attraverso il contatto diretto con i materiali. Dalla passione per i caratteri e per la stampa sono nati vari progetti realizzati spesso con studenti di design, fra cui la tesi progettuale di Tommaso Tronchin: un sistema web per la catalogazione e l’esplorazione della collezione TIF dei caratteri di legno.

Durante la tavola rotonda, è stato chiesto ad altre figure di studiosi, progettisti, archivisti, storici e imprenditori di esprimersi sulle sfide e opportunità delle risorse digitali per la valorizzazione della memoria d’impresa e della cultura tout court.
Letizia Bollini, designer multimediale dell’Università degli studi di Milano Bicocca, ha sistematizzato alcune questioni relative all’archivio digitale come struttura vivente in continua trasformazione, punto di transito, più che d’arrivo, carico ancora di molte problematiche e interrogativi, come quelli posti dalla durabilità e accessibilità stessa dei documenti digitali che dipendono dalla obsolescenza di supporti e software, nonché dalla varietà di piattaforme, strumenti e standard, e ancora dalla continua ri-mediazione dei documenti digitali. Bollini ha anche messo a fuoco alcuni punti cruciali per la effettiva trasformazione dei dati digitali in veri e proprio contenuti, che possono essere fruiti da un pubblico generico solo attraverso la costruzione di un contesto e di una mediazione. Da questo punto di vista Bollini – portando l’esempio dell’Archivio Storico della Psicologia Italiana alla cui costruzione ha partecipato – ha in particolare messo in evidenza la necessità di far collaborare competenze differenti, chiamando in causa, accanto ad archivisti, programmatori e specialisti dell’area tematica, proprio i designer dell’interfaccia e della comunicazione multimediale, come figure che possono portare sguardi diversi e dunque differenti prospettive per l’interazione con i contenuti.
Fiorella Bulegato, storica del design (Università Iuav di Venezia), ha posto l’attenzione su una tensione che emerge dall’esame delle risorse digitali accessibili nel web: quella fra la quantità considerevole di documenti prodotta nelle ultime decadi e, al confronto, la ridotta disponibilità di risorse online relative ai periodi precedenti, sempre più scarna via via che procede a ritroso nel tempo. In questo scenario, la possibilità di creare archivi digitali è anche la necessità e responsabilità di colmare tale divario che rischia di limitare la comprensione storica di chi si serve della rete. Rispetto alle questioni più strettamente relative al raccordo fra vita aziendale e costruzione di un archivio storico, Bulegato – che di questi temi si è occupata in vari progetti di ricerca e di curatela – ha ricordato come simili operazioni possano svolgere due funzioni per l’impresa, da un lato rafforzarne l’identità, verso l’interno così come verso l’esterno, dall’altro lato costituire uno spazio vivo per la discussione e la elaborazione di nuovi progetti – un approccio esemplificato dal caso virtuoso dell’Archivio/Museo Alessi.
Riportando lo sguardo nell’ottica del design, Pietro Costa (Università Iuav di Venezia) – che attualmente sta lavorando sul tema dell’archivio digitale con i suoi studenti al corso di laurea magistrale in design dell’Università di San Marino – ha articolato alcuni punti e spunti già avanzati da Bollini. In particolare ha indicato diversi momenti della gestione del dato archivistico, per una mediazione verso il pubblico, in cui i designer possono collaborare attingendo alle competenze disciplinari, come progettisti capaci di costruire esperienze digitali. Il primo momento è quello della acquisizione dei dati, nel quale i designer possono contribuire analizzando e definendo gli obiettivi secondo i modelli già acquisiti del design per la user experience. Il secondo momento è quella della interpretazione dei dati per la loro configurazione secondo forme e modalità che consentano all’utente di acquisire o costruire conoscenza – in breve, il campo della architettura dell’informazione, della user interface e dell’information design. Il terzo momento (chiaramente già racchiuso nei precedenti, ma tale che, messo al centro, può aprire prospettive specifiche) è quello della condivisione dei documenti digitali, fino all’apertura dell’archivio all’intervento degli utenti.
Una esemplificazione di molte istanze poste sul tavolo durante la mattinata, è l’esperienza del Lanificio Paoletti che è stata raccontata da uno dei titolari dell’azienda, Paolo Paoletti, insieme a Martina Bernardi che in essa svolge il ruolo di ricercatrice-archivista-comunicatrice. A fronte di un prodotto – il tessuto – che tipologicamente rimane il medesimo da generazioni, pur nel mutare delle tecniche e degli strumenti, ha chiarito Paoletti, l’effettiva innovazione viene dalla comunicazione: in questa direzione, l’impegno per la costruzione dell’archivio aziendale e l’utilizzo di strumenti digitali per raccontarsi appaiono ancor più necessari nel mercato globale contemporaneo. Come ha poi spiegato Martina Bernardi, la scelta fatta dal Lanificio è stata di lavorare subito in parallelo sul fronte della comunicazione e promozione della storia aziendale e su quello del riordino scientifico della documentazione d’archivio, laddove il primo può fornire occasioni per motivare il secondo o per individuare filoni da seguire, come è accaduto durante il workshop Storytelling_Storymaking: progettazione e scrittura della moda dall’archivio del Lanificio Paoletti organizzato nel 2014 con docenti e studenti di moda proprio dell’Università Iuav.
Infine, l’appello alla riflessione e alla cautela rispetto al digitale già avanzato da Sandro Berra ha trovato eco nell’intervento di Paolo Santi, Presidente del Gruppo Cartario di Unindustria Treviso e di Sac Serigrafia, esprimendo le preoccupazioni di un settore di cui non solo la storia ma la stessa esistenza attuale è minacciata dalle nuove tecnologie, ma anche invitando a collaborare per trovare nuove soluzioni adatte allo scenario contemporaneo.